Il magistrato Antonino Scopelliti

Antonino Scopelliti nasce a Campo Calabro (RC) il 20 gennaio 1935.

Entra in magistratura a soli 24 anni e svolge la carriera di magistrato requirente, iniziando come Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Roma, poi presso la Procura della Repubblica di Milano. Procuratore generale presso la corte d’Appello quindi Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione.

Segue una eccezionale carriera, che lo porta ad essere il numero uno dei sostituti procuratori generali italiani presso la Corte di Cassazione. Si occupa di vari maxi processi, di mafia, camorra, ‘ndrangheta e  terrorismo.

L’omicidio

Il magistrato viene ucciso il 9 agosto 1991 in un agguato in località Piale a Campo Calabro (RC), il paese del quale il magistrato era originario e dove tornava ogni anno per trascorrere le vacanze estive.

Senza scorta, metodico negli spostamenti, Scopelliti viene intercettato dai suoi assassini mentre, a bordo della sua automobile, rientrava in paese dopo avere trascorso la giornata al mare. L’ agguato avviene all’ altezza di una curva, poco prima del rettilineo che immette nell’ abitato di Campo Calabro. Gli assassini, almeno due persone a bordo di una moto appostati lungo la strada, sparano con fucili calibro 12 caricati a pallettoni. La morte del magistrato, colpito alla testa ed al torace, è istantanea. L’ automobile, priva di controllo, finisce in un terrapieno tanto che, in un primo tempo, si pensava che il giudice fosse rimasto coinvolto in un incidente stradale. L’esame esterno del cadavere e la scoperta delle ferite da arma da fuoco faranno invece emergere la verità sulla sua morte.

Secondo i pentiti della ‘ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca, sarebbe stata la cupola siciliana di Cosa Nostra a chiedere alla ‘ndrangheta calabrese di uccidere Scopelliti, dato che avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo a Cosa nostra. In cambio del ”favore” ricevuto, Cosa Nostra sarebbe intervenuta per fare cessare la guerra di mafia che si protraeva a Reggio Calabria dall’ottobre 1995, quando era stato assassinato il boss Paolo De Stefano. Le tesi dei due pentiti sono avvalorate dal ritrovamento, nell’ abitazione calabra di Scopelliti, del fascicolo del processo alla ”Cupola” di Cosa nostra.

Il processo

Il giudizio di primo grado, 1994 – 1996

Corte d’Assise di Reggio Calabria: testimoniano i più importanti boss di Cosa Nostra, sia pentiti che imputati, tra i quali Totò Riina.

Testimoniano le più alte istituzioni del tempo, tra cui il sette volte presidente del consiglio Giulio Andreotti.

11 maggio 1996: il processo si conclude con la condanna all’ergastolo di Totò Riina ed altri nove boss mafiosi.

Il giudizio di secondo e terzo grado, 1996 – 2004

La difesa dei boss mafiosi ricorre in Appello.

Le testimonianze dei nuovi pentiti, tra cui il boss Giovanni Brusca, disorientato l’accusa con dichiarazioni che invalidano il primo grado di giudizio.

28 aprile 1998: i giudici di Reggio Calabria annullano in Appello tutte le condanne all’ergastolo inflitte due anni prima: i boss vengono assolti per “non aver commesso il fatto”.

1 aprile 2004: la Corte di Cassazione conferma l’assoluzione degli imputati.

La riapertura delle indagini, 2012

11 luglio 2012: nel corso di un’udienza del processo “Meta” contro la ‘ndrangheta a Reggio Calabria, il pentito della cosca De Stefano, Antonino Fiume, dichiara che ad uccidere il giudice Scopelliti sarebbero stati due reggini su richiesta di Cosa nostra.

Ciò confermerebbe quanto ricostruito dagli inquirenti.

«Il giudice è quindi solo, solo con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso…»