Di seguito il brano letto da Rosanna Scopelliti in occasione della inaugurazione della sede di via Capobianco. È un testo tratto da uno scritto del Giudice Antonino Scopelliti del 1987, intitolato “Discorso alla gente che sta dietro l’angolo”, tratto da “Parole efficaci”, ed. Rubbettino

Non c’è dubbio che stiamo vivendo tempi singolari caratterizzati da gravi carenze del potere legislativo, da gravi debolezze dell’esecutivo, da condizioni di grave corruzione nella vita pubblica e nella vita economica. Da anni sembra più importante raggiungere un accordo che non determinarne il contenuto con la conseguenza che sono nate e nascono leggi sempre più nebulose, ambigue e disarmoniche.
Nessuna meraviglia quindi del cedimento di alcuni giudici di fronte alla tentazione di governare attraverso l’esercizio dell’attività giudiziaria.

La storia peraltro è maestra e sono gli uomini a non voler imparare. Basta leggere qualche pagina del Mathiez (Storia della Rivoluzione francese) per scoprire che in un momento storico di vuoti di potere o di inerzia del potere da parte di diversi organi di governo, anche i giudici francesi capirono che si presentava loro l’opportunità di avanzare con i fatti la pretesa di dirigere lo Stato.

Si tratta quindi di un fenomeno che si ripete e che è segno di tempi in disordine nei quali il rispetto reciproco tra i detentori del pubblico potere diventa evanescente.

Nessuna meraviglia, dicevamo, ma attenzione!

Non dovrebbe dimenticare il giudice -come acutamente annotava un autorevole giurista- che nell’esercizio del potere giurisdizionale non ha che una linea da seguire ed è quella indicata dalla Costituzione essendo quest’ultimo il testo che consacra in termini generali e superpartitici i valori sociali nei quali la nostra comunità statuale crede ed alla cui realizzazione essa aspira.

Il giudice che opera al di fuori o va oltre e non realizza questo messaggio finisce inevitabilmente per tradire l’unico vero ruolo “politico” che il suo mandato gli attribuisce. Non dovrebbe dimenticare il giudice che di fronte alla tendenza a politicizzare le attività più diverse, in un mondo agitato da tensioni conflitti ideologici, politici e sociali, è pericoloso e dannoso assumere atteggiamenti incompatibili con la serena obiettività qui deve ispirarsi la sua altissima funzione istituzionale. Non dovrebbe dimenticare il giudice la virtù dell’equilibrio quando sia malauguratamente tentato di riempire gli spazi che vengono a lui offerti ispirandosi al suo patrimonio ideologico. Non dovrebbe in sostanza dimenticare che il cittadino ha il diritto di attendersi dal suo giudice l’uso della massima prudenza prima di emettere qualsivoglia provvedimento; ha il diritto di non tollerare pubblici sequestri spettacolari quanto inutili; ha il diritto di non tollerare catture e perquisizioni spettacolari quanto inopportune; ha il diritto di non tollerare inchieste fondate sul poco o sul niente; ha il diritto di vedere il suo giudice “con la testa stretta tra le mani” (sono le parole di un compianto penalista) nel momento del decidere del giudicare.

La società moderna ha riscoperto che l’autorità non è fine a se stessa ma ha senso soltanto se viene intesa come servizio: che cioè il potere viene conferito e deve essere accettato in funzione delle prestazioni che la comunità richiede.

Oggi il cittadino -si badi- non contesta il giudice che sul fondato sospetto della commissione di un reato apre un procedimento penale a carico di chicchessia, non contesta il giudice che viva Dio si è accorto che i ladri non si trovano solo nei pollai o nei parcheggi incustoditi ma frequentano anche le sale delle borse e i saloni dell’economia e della politica, non contesta il giudice che non accetta più di essere “registratore passivo” di scelte operate dal Parlamento o dal Governo ma tende a diventare illuminato e sereno interprete della legge secondo i valori ed i precetti normativi della Carta Costituzionale. Il cittadino vuole che i suoi giudici rimangono fedeli alle loro dovere di ufficio che anzitutto è dovere di coscienza e che non siede né a destra né a sinistra, né al governo né all’opposizione, vuole i suoi giudici liberi e giusti, gelosi custodi della propria propria indipendenza contro ogni tentazione ideologica e contro ogni sollecitazione di parte.

Orbene, hanno saputo i giudici appagare in ogni occasione queste legittime aspettative? La prima ed immediata risposta crea seri imbarazzi.

Ma c’è un’altra risposta. È la risposta della speranza. Fortunatamente sono pochi i rami secchi e l’albero ha radici profonde. Sono poche ombre sul libro bianco di un futuro tutto da scrivere “con parole oneste e ricche di carica morale”. I subdoli, i violenti, gli impostori non prevarranno. Non prevarranno né le “brigate rosse” né le “brigate grasse”. Sono le parole di Vittorio Bachelet assassinato mentre predicava “l’obbligo della speranza”, quell’obbligo che giorno dopo giorno ognuno di noi può e deve “coltivare nel cuore come una civilissima preghiera”.