“… il giudice non è mai popolare, soprattutto il Pubblico Ministero, che è quasi sempre impopolare in tutti i processi. Il giudice va incontro a queste critiche, a volte anche aspre, vivaci, a volte anche ingiuste, ma non può sacrificare il suo ministero, la sua milizia ormai, per una popolarità che non è un suo privilegio, può essere popolare o impopolare ma deve fare anzitutto il proprio dovere. Quindi la popolarità è un privilegio del quale il giudice non deve tener conto. […] L’importante è avere la coscienza di fare il proprio dovere. È questo secondo me il traguardo unico ed essenziale che il giudice deve proporsi sempre.”

– Le è mai accaduto che nel corso di una indagine o di un processo di accorgersi che forse la strada che stava seguendo non era quella giusta e di non aver potuto o di non aver voluto cambiar strada?
“Sì debbo dirle che spesso mi sono accorto che la strada che seguivo non era quella giusta e penso che qualunque giudice, non voglio che questo sia un mio privilegio, che ad un certo punto si accorga che la strada percorsa non è quella giusta, la cambi. Deve cambiarla. In fondo, credo che il buon giudice è quello che lavora in assoluta umiltà, sempre pronto ad ascoltare gli altri perché gli altri quando parlano possono dire delle cose che il giudice non ha visto ed è importante che il giudice si accorga che quelle cose che non ha visto andavano vedute, io spesso mi sono trovato in situazioni, agli incroci, ai bivi ed ho dovuto cambiare strada e l’ho fatto volentieri. Le posso dire anche questo: spesso succede che nei processi io porto a giudizio una determinata persona e mi accorgo poi in dibattimento, nella coralità del contraddittorio che la mia tesi non è quella giusta e sono felicissimo di cambiarla, perché penso che questo atto di umiltà è un atto di estrema cultura e di estrema responsabilità.”

-Lei crede come molti che il giudice o il magistrato non politicizzato, alla fine diventi un emarginato?
“No, affatto. Io non mi sento un magistrato politicizzato, anzi io ritengo che il giudice che professa un credo politico in modo molto clamoroso, ecco non è il mio giudice, non è l’esempio che io condivido, perché se per magistrato politico si intende il magistrato che deve vivere nel suo tempo, rendersi conto di certi problemi, di trasformazione …della società, di tante altre tensioni morali, il giudice che deve vivere nel suo mondo, se politico si intende questo e sia politico! Ma se per politico si intende il magistrato che professa clamorosamente un credo politico, non sono più d’accordo perché secondo me, pur essendo sereno e mi rifiuto di pensare che non lo sia nel suo giudizio, non appare tale al cittadino. Il cittadino ha bisogno non solo di vedere il suo giudice sereno ma tale deve apparire anche il giudice agli altri, cioè la credibilità nelle istituzioni, nel giudice. Il sospetto che il giudice possa, quello politicamente e clamorosamente impegnato, nella decisione farsi sedurre dal fascino di certe suggestioni politiche: questo non è che porti giovamento alla credibilità del suo ministero.”