Abbiamo estratto alcune citazioni dagli scritti di Antonino Scopelliti. Oltre alla profondità del suo pensiero, colpisce la sua attualità. Anche per questo, per ciascuna è riportato l’anno in cui è stata scritta.

I testi dai quali sono tratte le citazioni sono raccolti nel volume, a cura della Prof.ssa Maria Pascuzzi, “Parole efficaci”.

Alcune di queste frasi sono riportate nei pannelli esposti nella sede reggina della Fondazione, in Via Capobianco 4.

La verità più vera è che nella patologia del delitto, il farmaco da privilegiare, è l’opera di prevenzione, che trova puntuale e solenne esaltazione nelle pagine della nostra Carta Costituzionale. (1975)

Alle nuove leggi con vecchi giudici, sono da preferire le vecchie leggi con giudici nuovi. (1975)

Il cittadino perde ogni giorno fiducia nella giustizia e se è vero che rendere giustizia e il momento etico dello Stato, perde nello stesso momento fiducia nella eticità dello Stato e il distacco tra paese reale e paese legale, tra coscienza popolare e potere, si fa sempre più pauroso. Crisi della Giustizia, però, che è solo una componente della più generale crisi della legalità cioè a dire dell’ordine civile e del diritto. Quindi, crisi dello Stato. (1975)

Certo, ci sarà pure il giudice “divo”, il giudice che, guarda caso, trova sempre un fotografo sul suo cammino o addirittura un operatore televisivo: sono debolezze alle quali anche un giudice può non saper resistere. (1975)

Altro che benda, la Signora, dovrebbe avere gli occhi ben aperti e muoversi agile e spedita in una realtà che freme, si agita e cambia di umore giorno dopo giorno. (1977)

Una croce in ogni aula di giustizia come simbolo eterno, universale di sofferenza e di tensione morale; simbolo nel quale non possono non trovare elementi e ragioni di identificazione di collegamento ideale tutti i protagonisti del processo: il giudice, l’imputato, il difensore, la vittima, e, perché no, anche il testimone. (1977)

Il giudice non ha diritto di essere né severo, né indulgente. La severità rappresenta ora un narcisismo simbolico, ora l’affermazione a se stesso della propria potenza […]; l’indulgenza costituisce il frutto del suo compiacimento. La severità dovrebbe perciò far posto alla serenità e all’equilibrio. (1980)

L’imparzialità non è un traguardo che il giudice possa raggiungere. Il carattere dell’uomo, la sua angustia e la sua tragedia sono la sua finitezza e quindi la sua parzialità. (1980)

Il codice di procedura penale non è fatto per i birbanti, ma per le persone oneste. (1983)

È giunto il momento di cambiare. Non c’è più tempo da perdere. La salvezza può venire solo da noi stessi prima come singoli e poi come collettività, dalla nostra capacità di vigilare, dal nostro pretendere che i problemi vengano affrontati con serietà, dal nostro saper distinguere tra onesti e furfanti, tra profeti e falsi profeti. (1985)

Guai se ci fosse un depositario della verità il quale si sveglia la mattina, va nei Tribunali e dice: io sono la verità! Venire da me e vi dico io come si risolve il caso. Guai! (1986)

La norma che si dà il legislatore è un vestito confezionato. Deve essere il giudice, man mano che si interessa dei vari casi, a trasformarlo in un vestito su misura, che è il giudizio di valore sul comportamento del singolo imputato. (1986)

Il magistrato protagonista, il magistrato eroe non ci convince perché noi non vogliamo né protagonisti né eroi. Il magistrato è! La Giustizia non ha aggettivi. La Giustizia è. (1986)

Un giudizio può anche essere sbagliato. Avere quindi l’umiltà di poter dire sempre: “speriamo che questa volta non abbia sbagliato”. Ed avere sempre voglia di ricominciare da capo. (1986)

Il nesso tra giudizio e preghiera è evidente. “La legge è uguale per tutti”. Non sarebbe male però, aggiungere “ricordati di giudicare come vorresti essere giudicato”. (1988)

Il processo: un uomo giudica è un altro è giudicato; ecco il problema. La sentenza come atto d’amore, di carità e di umiltà; ecco la soluzione. (1988)

Ma dove sta la verità? È come una rocca situata in cima a un monte e l’uomo non ha ali per raggiungerla. Egli non può che aprirsi la strada a fatica, su per le pareti, e spesso si smarrisce, e spesso si insanguina le mani. Ciò che lo guida, ciò che lo conforta e lo sorregge, è la bellezza di quella metà che gli risplende da lontano. (1988)